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Daniele Chieffi: l’Ordine (dei giornalisti) è morto...

02/10/2018 - MERCATO DEL LAVORO

di Daniele Chieffi

Un social media manager che gestisce la diffusione degli articoli di un quotidiano online è un giornalista o no? Un brand journalist, che usa tecniche appunto giornalistiche per la comunicazione corporate è un giornalista o no? E un addetto stampa deve essere un giornalista o meno? Non esiste una singola risposta, non esiste la possibilità di un sì o no, netti e indiscutibili, semplicemente perché la domanda è mal posta e nasce da una confusione, forse voluta, forse no, fra due piani diversi: il ruolo e le peculiarità della professione giornalistica da un lato, la sua regolamentazione e organizzazione normativa e previdenziale dall’altro. Un discorso che va oltre il dibattito sull’abolizione o meno dell’Ordine dei Giornalisti.

Questo s‘intreccia con i destini di decine di nuove figure professionali “digitali” – di cui il social media manager e il brand journalist sono solo due esempi -. È forse arrivato il momento di accettare che il mondo è cambiato da quel lontano 1948 (legge sulla stampa) come da quel 1963 (legge sulla professione giornalistica) ma anche dal 2000 (legge 150 sulle attività di comunicazione della PA) e finanche dal 2013 (legge 4 sulle professioni non riconosciute). È necessario considerare il mondo della comunicazione per quel che è: un ecosistema complessivo del quale siamo tutti abitanti: media, comunicatori, giornalisti, pubblicitari, community manager, addetti stampa, ecc. Tutti profondamente interdipendenti quanto portatori ciascuno di peculiarità e singolarità profonde, ma uniti da unico comun denominatore: comunichiamo, produciamo informazione, sia pure con scopi diversi.

Pensare di risolvere questo problema – come da alcune parti si sente dire – gonfiando la definizione di “giornalista”, trasformandola in una categoria “ombrello” omnicomprensiva, è deleterio innanzitutto proprio per la professione giornalistica stessa, perché finirebbe per minarne definitivamente l’identità e il ruolo. Dall’altra parte costringerebbe altre figure professionali in un ruolo che definire contraddittorio è poco: è possibile immaginare un comunicatore o un digital strategist obbligati a prendere il tesserino dell’Ordine oppure a versare i contributi all’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti?

È necessario viceversa iniziare a ragionare in un’ottica complessiva, quella di un “comparto della comunicazione”, in grado di raccogliere e normare tutte le figure professionali che in quest’ambito operano, dare a tutte – salvaguardandone peculiarità e specificità – organizzazione, regolamentazione, tutele e regole deontologiche ed etiche, un sistema previdenziale comune. Questo permetterebbe, infine, di creare un sistema solido e articolato di garanzia e tutela per chi la comunicazione la fruisce, che siano lettori, utenti o clienti. Un sistema unico, costruito però su un assunto preciso: salvaguardare la differenza di scopo.

Non è un giornalista, infatti, chi produce informazione, indipendentemente dal fatto che lo faccia in maniera disintermediata o intermediata. Quindi non è un giornalista il social media manager, non è un giornalista l’addetto stampa, non è un giornalista il copy di un’agenzia pubblicitaria e via elencando. Non sono giornalisti semplicemente perché non svolgono un’attività che si possa ricondurre all’articolo 21 della Costituzione, al diritto-dovere d’informare, in maniera indipendente, per creare una coscienza critica nella popolazione e svolgere quel ruolo di garanzia della legalità e del buon esercizio del Potere.

È proprio la differenza di scopo la chiave di tutto: il giornalista svolge un’attività garantita dalla Costituzione, quindi d’interesse pubblico; chiunque altro faccia qualsiasi altra forma di comunicazione e informazione lo fa per sostenere e veicolare interessi particolari e “privati”. Il problema nasce evidentemente, come dicevamo prima, quando si inizia a parlare del fatto che chi svolga altre attività – il dibattito si è concentrato su chi svolge attività di comunicazione nelle aziende o nella Pubblica Amministrazione – debba essere ricondotto entro il sistema normativo giornalistico: iscrizione all’Ordine, adesione all’Inpgi, alla Casagit, ecc.

La contraddizione è evidente: strumenti normativi nati e pensati per la professione giornalistica applicati a quanti questa professione, nel senso spiegato sopra, non la svolgono. Ma perché propendere per questa soluzione che appare evidentemente illogica? Non è un ragionamento legato al cambiamento degli scenari della comunicazione, si tratta meramente di soldi. Il sistema dei media è in crisi da anni: i giornalisti regolarmente assunti che quindi versano i contributi sono sempre meno, mentre i pensionati sempre di più, Questo sta aprendo una voragine nei conti dell’Inpgi. La soluzione di cui si inizia a discutere piuttosto insistentemente? Imbarchiamo i comunicatori d’azienda, trasformiamoli obbligatoriamente in giornalisti, così saniamo i conti.

La soluzione deve essere diversa, e deve passare da un ripensamento complessivo di tutto il comparto della comunicazione, anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti portati dal digitale. Ha senso quindi parlare di un “comparto della comunicazione”, per dirla con linguaggio sindacale? Sì, ha grande senso. Siamo in un ecosistema, dicevamo. La disintermediazione che la rivoluzione digitale ha comportato, e che di questo ecosistema è il segno identitario, comporta un profondo ampliamento di problemi etici e deontologici e della necessità di garantire al pubblico, a tutti noi, che l’informazione prodotta in questo ecosistema sia corretta, realizzata secondo criteri professionali precisi, prestabiliti e che chi non li segua venga sanzionato. I giornalisti questo sistema di garanzia lo hanno, si chiama Ordine. Anche i comunicatori e si chiama Ferpi.

Ha senso quindi pensare di mappare tutte le professioni della comunicazione, identificare le loro peculiarità tecniche e poi promuovere per ciascuna una forma associativa che ne tuteli gli interessi e, contemporaneamente, ne garantisca l’etica e la deontologia, ne certifichi la professionalità, come forma di tutela verso il pubblico e, perché no, anche verso i clienti? Sì, ha molto senso. 

Parliamo quindi di immaginare un unico “comparto della comunicazione”, all’interno del quale ogni singola famiglia professionale abbia una forma associativa in grado di tutelarne gli interessi, regolamentarne l’accesso e la pratica e di certificarne la professionalità presso gli stakeholders.

In questo contesto non ci sarebbe nulla di illogico o sbagliato nell’immaginare una regolamentazione previdenziale unica per tutti gli operatori della comunicazione: un’unica Cassa che certo non si potrebbe più chiamare “Istituto Nazionale di Previdenza dei giornalisti”.

Riconoscimento e tutela delle nuove professioni, un sistema previdenziale solido e garanzie per gli utenti, lettori, clienti. È una soluzione che chiede però importanti interventi legislativi. Innanzitutto una mappatura precisa di quali siano le professioni della comunicazione, soprattutto di quelle nuove, native digitali – un tavolo, in questo senso, è già stato aperto -. Definirne le caratteristiche, le esigenze e le regolamentazioni di cui necessitano per garantire i destinatari finali della propria attività. Da qui la definizione normativa di un comparto professionale della comunicazione, entro cui dare finalmente soluzione a una serie importante di problemi aperti: la sostenibilità del sistema previdenziale dei giornalisti, il riconoscimento e la regolamentazione delle nuove figure professionali digitali e una tutela ampia e articolata degli utenti, dei lettori, dei clienti. In breve, di tutti noi.

www.danielechieffi.it