{"id":14714,"date":"2025-04-04T23:18:39","date_gmt":"2025-04-04T21:18:39","guid":{"rendered":"https:\/\/wipconsulting.it\/?p=14714"},"modified":"2025-10-21T11:17:53","modified_gmt":"2025-10-21T09:17:53","slug":"dove-e-come-ripararsi-dalla-tempesta-trumpiana-negli-usa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/wipconsulting.it\/en\/dove-e-come-ripararsi-dalla-tempesta-trumpiana-negli-usa\/","title":{"rendered":"Dove e come ripararsi dalla tempesta trumpiana dei dazi"},"content":{"rendered":"<p>Tanto tuon\u00f2 che piovve.<br \/>\nDopo numerosi annunci, il 2 aprile sono finalmente entrate in vigore le misure promosse dal Presidente degli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Da settimane, il sistema economico e imprenditoriale italiano \u2013 cos\u00ec come quello di molti altri Paesi \u2013 era impegnato nell\u2019elaborazione di una risposta ai dazi americani, cercando al contempo di definire una strategia in grado di attenuarne gli effetti. Nelle dichiarazioni ufficiali si \u00e8 pi\u00f9 volte fatto riferimento alla necessit\u00e0 di orientare l\u2019export verso nuovi mercati, identificando alcuni Paesi come \u201cad alto potenziale\u201d.<\/p>\n<p>Le misure volute da Trump stanno gi\u00e0 provocando un innegabile sconquasso nei flussi di commercio e nei mercati finanziari di tutto il mond. Ma occorre dare il giusto peso alle considerazioni di chi afferma che le misure adottate hanno generato certamente una tempesta, ma non un tornado.<\/p>\n<p>In alcuni settori imprenditoriali si sta facendo strada la convinzione che i dazi possano essere affrontati e superati attraverso intelligenti aggiustamenti nelle strategie di esportazione. Resta comunque indispensabile l\u2019azione delle istituzioni per contenere gli impatti negativi delle decisioni americane.<\/p>\n<p>Tra gli interventi ritenuti prioritari figura il rafforzamento delle attivit\u00e0 commerciali verso i cosiddetti Paesi ad alto potenziale, nella prospettiva di conquistare nuove quote di mercato per il Made in Italy.<br \/>\nIn sostanza, almeno per quanto riguarda l\u2019Italia, si \u00e8 tornati a utilizzare strategie e linguaggi risalenti ad almeno un decennio fa, puntando su una serie di mercati ritenuti in grado di accogliere nuovi flussi di prodotti italiani tali da compensare, almeno in parte, le perdite subite sul mercato statunitense.<\/p>\n<h6><strong>Paesi emergenti <\/strong><\/h6>\n<p>Purtroppo, una strategia cos\u00ec semplice da definire, annunciare e rilanciare pubblicamente si scontra con diversi ostacoli di mercato. Tra questi, spiccano l\u2019assenza \u2013 in molti dei Paesi indicati come ad alto potenziale \u2013 di classi di consumatori con un elevato potere d\u2019acquisto e una cultura in grado di apprezzare pienamente il Made in Italy e l\u2019Italian Lifestyle.<\/p>\n<p>\u00c8 opportuno ricordare che, nonostante gli sforzi compiuti negli anni, il Made in Italy ha faticato a radicarsi proprio in molte di queste aree oggi considerate strategiche, che spaziano dal Sud-Est asiatico all\u2019Estremo Oriente, dai Paesi del Golfo fino ad alcune regioni del continente africano.<br \/>\nInoltre, indicare il Brasile come mercato ad alto potenziale significa ignorare alcune criticit\u00e0 fondamentali. Il gigante sudamericano \u00e8 infatti caratterizzato da uno dei pi\u00f9 alti livelli di protezionismo a livello globale. La sua appartenenza ai BRICS \u2013 l\u2019organizzazione che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica \u2013 implica inoltre l\u2019adozione di logiche spesso distanti dai principi del libero commercio.<\/p>\n<h6><strong>Alla ricerca del cliente globale dell\u2019Italian Style <\/strong><\/h6>\n<p>Alcuni dei paesi indicati come possibile medicina ai mali causati dalle misure USA si sono nel tempo caratterizzati come campioni di barriere al commercio visibili e invisibili, sia per difendere le industrie locali sia per rallentare modelli consumistici di tipo occidentale che passano attraverso l\u2019acquisto di prodotti importati.<\/p>\n<p>L\u2019idea che esistano in tanti mercati sino a ora trascurati dalle imprese italiane larghi strati di consumatori e utenti di beni industriali pronti a offrire mercato al Made in Italy si scontra per i beni di consumo con limitate capacit\u00e0 d\u2019acquisto, scarsa conoscenza dei prodotti, assenza di reti distributive idonee al prodotto italiano, mentre per i beni strumentali sono da superare l\u2019agguerrita competizione gi\u00e0 in essere da parte dei principali concorrenti che \u00e8 destinata inesorabilmente a rafforzarsi a seguito delle porte chiuse o ristrette del mercato USA.<\/p>\n<h6><strong>Barriere culturali e dazi commerciali<\/strong><\/h6>\n<p>L\u2019ingresso e la possibile espansione su un nuovo o consolidato mercato, come ben sanno le imprese italiane, richiede un lavoro di molti mesi se non addirittura anni, soprattutto in considerazione del posizionamento di mercato che i beni del Made in Italy e del lifestyle italiano hanno saputo guadagnarsi nell\u2019arco degli ultimi decenni.<\/p>\n<p>Nel caso dei prodotti alimentari, il desiderio di espansione dei nostri produttori si scontra con numerose politiche protezionistiche messe in atto da tempo da molti paesi: le abitudini alimentari &#8211; come nel caso del vino e degli alcolici e dei prodotti della lavorazione delle carni suine &#8211; e i vincoli religiosi che, soprattutto negli ultimi anni, sono diventati anche pi\u00f9 stringenti in mercati che, pur avendo potenzialmente capacit\u00e0 di acquisto, sono bloccati e condizionati da modelli culturali.<\/p>\n<p>Quindi ci troviamo davanti al classico caso \u2018<em>\u2019facile a dirsi e difficile a farsi\u2019\u2019.<\/em><\/p>\n<p>La crescita dell\u2019export italiano negli USA e, soprattutto l\u2019impennata registratasi negli ultimi decenni, \u00e8 legata a numerosi fattori e non si pu\u00f2 ignorare che alcuni di questi ricorrono solo e semplicemente nel caso del mercato USA. Il solo mercato al di fuori dell\u2019Europa che ha aperto ai prodotti italiani da pi\u00f9 di un secolo. Il solo mercato che ha una componente etnica italo americana molto rilevante, ancora sensibile al prodotto italiano. Il solo mercato nel mondo che ha un reddito pro-capite di circa 80.000 dollari USA all&#8217;anno e con diverse decine di milioni di consumatori abituali di tutta la gamma di prodotti agroalimentari, per la persona e per la casa fornite dal sistema industriale della nostra penisola.<\/p>\n<p>Gli USA sono anche il solo mercato che presenta, nella fascia di consumatori a elevata capacit\u00e0 di spesa, una penetrazione elevata di consumi di Made in Italy, al punto che la giornata di questi consumatori \u00e8 scandita dall\u2019utilizzo di una vasta gamma di prodotti italiani, all\u2019interno delle abitudini e dello stile di vita che definiamo americano.<\/p>\n<h6><strong>I tempi della conquista di un mercato estero<\/strong><\/h6>\n<p>Certamente, in alcuni Paesi che hanno registrato una forte crescita nell\u2019ultimo decennio \u2013 come Cina, India, Paesi del Golfo, Brasile e alcuni Stati africani \u2013 si sono sviluppate fasce di consumatori sensibili al Made in Italy. Tuttavia, i volumi di mercato che finora hanno garantito un ritorno concreto al Made in Italy restano molto limitati, e le proiezioni sull\u2019andamento, sia nel breve che nel lungo termine, non indicano alcun possibile exploit.<br \/>\nAffinch\u00e9 in questi Paesi si possa raggiungere una penetrazione anche solo paragonabile \u2013 o minimamente speculare \u2013 a quella della presenza italiana negli Stati Uniti, non sarebbero sufficienti azioni di aggressiva politica commerciale e promozionale. Sarebbero infatti necessarie altrettanto incisive azioni diplomatiche presso i governi locali, che nel tempo hanno irrigidito le normative per ostacolare la naturale circolazione dei beni importati, anche tra le fasce pi\u00f9 abbienti della popolazione.<\/p>\n<p>Gli imprenditori italiani sono perfettamente consapevoli di quanto sia difficile costruire reti distributive per i beni di alta gamma in questi Paesi, e di come persino le dogane adottino misure volte a scoraggiare l\u2019importazione di beni cosiddetti di lusso o percepiti come concorrenti rispetto alla produzione locale.<\/p>\n<p>Pertanto, anche ipotizzando che un\u2019azione mirata nei territori ad alto potenziale possa, in uno scenario ottimistico, generare nei prossimi anni i risultati auspicati, \u00e8 fondamentale definire fin da subito una strategia di resistenza e di possibile espansione sul mercato statunitense, oggi minacciato dai dazi. Occorre attivare strategie reattive fondate sui punti di forza che il Made in Italy ha saputo consolidare nel tempo.<\/p>\n<p>Non \u00e8 dunque pensabile che, dopo decenni di intenso lavoro e di attivit\u00e0, le aziende italiane possano tirarsi indietro, rinunciando a priori al pi\u00f9 redditizio mercato estero. Anche a fronte di un inevitabile e certo aumento dei prezzi per i consumatori e di una conseguente contrazione dell\u2019export, almeno nel breve periodo.<strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<h6><strong>L\u2019unicit\u00e0 del mercato USA per il Made in Italy<\/strong><\/h6>\n<p>L\u2019unicit\u00e0 del mercato USA risiede soprattutto nei numeri e nei fattori che lo distinguono rispetto alla maggior parte dei mercati considerati interessanti per il Made in Italy.<\/p>\n<p>In primo luogo, vanno evidenziati l\u2019ammontare complessivo dell\u2019export, che si attesta intorno ai 70 miliardi di dollari, e il consistente surplus generato a favore delle imprese italiane, superiore ai 40 miliardi di dollari.<\/p>\n<p>Altro elemento cruciale \u00e8 la struttura peculiare di questo mercato, che coinvolge tutti i settori di eccellenza del Made in Italy: non solo food &amp; wine, moda e arredo, ma anche il comparto farmaceutico e numerose tecnologie produttive ad alta specializzazione.<\/p>\n<p>I principali punti di forza del Made in Italy negli Stati Uniti possono essere cos\u00ec sintetizzati:<\/p>\n<ul>\n<li><strong>Forte e consolidata presenza territoriale <\/strong>in alcuni Stati, dove la penetrazione del mercato pu\u00f2 raggiungere anche il 10% dei beni importati dagli USA;<\/li>\n<li><strong>Presidio qualificato ed efficace del mercato<\/strong>, grazie a partnership consolidate con i principali attori della distribuzione statunitense, sia nella grande distribuzione organizzata (GDO) che tra gli operatori indipendenti di medie e piccole dimensioni;<\/li>\n<li><strong>Presenza ancora debole in alcuni Stati del Sud<\/strong>, che \u2013 alla luce delle trasformazioni economiche degli ultimi decenni \u2013 rappresentano oggi aree ad alto potenziale, con milioni di nuovi consumatori attratti dal made in Italy;<\/li>\n<li><strong>Posizionamento nei segmenti premium<\/strong>e\u00a0<strong>leadership consolidate<\/strong>\u00a0in numerosi settori, grazie alla presenza di imprese iconiche italiane che godono di riconoscibilit\u00e0 e reputazione elevate.<\/li>\n<\/ul>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I casi di successo del Made in Italy sul mercato statunitense non si limitano ad alcuni settori o a poche aziende iconiche: coinvolgono, al contrario, una gamma vastissima di prodotti, probabilmente senza eguali tra i Paesi fornitori degli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Dall\u2019iniziale passione per la pasta, i consumatori americani si sono via via innamorati di numerosi altri elementi dello stile di vita italiano, arrivando ad adottare modelli comportamentali riconducibili alla nostra cultura. Ci\u00f2 che pi\u00f9 conta \u00e8 che tali modelli non sono pi\u00f9 legati esclusivamente alla componente etnica italiana presente negli USA, ma stanno conquistando fasce sempre pi\u00f9 ampie della popolazione, in particolare le nuove generazioni, sempre pi\u00f9 sensibili alla genuinit\u00e0 dei prodotti e alla cultura della sostenibilit\u00e0 che molti prodotti italiani rappresentano.<\/p>\n<p>Oggi, anche a seguito dei profondi cambiamenti indotti dalla pandemia da Covid-19, si registra un aumento significativo del consumo domestico di prodotti agroalimentari italiani negli Stati Uniti. Questo fenomeno si affianca a un vero e proprio boom della ristorazione autenticamente italiana, sempre pi\u00f9 orientata a utilizzare e servire ingredienti originali e certificati Made in Italy.<\/p>\n<h6><strong>Mercato Usa: le potenzialit\u00e0 di crescita <\/strong><\/h6>\n<p>Alla luce di quanto esposto \u2013 e considerando anche una serie di dati economici spesso trascurati dagli analisti \u2013 gli Stati Uniti si confermano come il primo Paese al mondo ad alto potenziale nella lista dei mercati da monitorare attentamente per far crescere l\u2019export italiano.<\/p>\n<p>Nel terzo trimestre del 2024, il PIL pro capite degli USA presentava un\u2019ampia forbice: dai circa\u00a053.000 dollari\u00a0del Mississippi, uno degli Stati meno ricchi, ai\u00a0246.000 dollari\u00a0del Distretto di Columbia, che per\u00f2 conta meno di un milione di residenti. \u00c8 importante notare che molti degli Stati americani con PIL pro capite nella fascia bassa della classifica presentano comunque livelli di reddito superiori alla media dei Paesi OCSE.<\/p>\n<p>Ad esempio,\u00a0West Virginia, Arkansas, Alabama e South Carolina\u00a0registrano un PIL pro capite compreso tra\u00a056.000 e 59.000 dollari. Ai vertici troviamo invece:<\/p>\n<ul>\n<li>New York: 107.000 euro<\/li>\n<li>Massachusetts: 101.000 euro<\/li>\n<li>Washington State: 99.000 euro<\/li>\n<li>California: 96.000 euro<\/li>\n<\/ul>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per confronto, la media del PIL pro capite dell\u2019Unione Europea alla fine del 2024 si attesta intorno ai\u00a040.000 euro, con forti disparit\u00e0:\u00a0Romania\u00a0\u00e8 tra i fanalini di coda con circa\u00a015.000 euro, mentre il\u00a0Lussemburgo\u00a0guida la classifica con circa\u00a0125.000 euro.<\/p>\n<h6><strong>Stati USA, economie globali <\/strong><\/h6>\n<p>In pratica, il\u00a0<strong>PIL del Mississippi<\/strong>\u00a0\u2013 uno degli Stati pi\u00f9 poveri degli Stati Uniti \u2013 \u00e8 comunque superiore alla\u00a0<strong>media dell\u2019Unione Europea<\/strong>\u00a0e inferiore soltanto a quello della\u00a0<strong>Germania<\/strong>, escludendo per ovvie ragioni il caso eccezionale del\u00a0<strong>Lussemburgo<\/strong>.<\/p>\n<p>La\u00a0<strong>prima economia statale<\/strong>\u00a0degli USA \u00e8 la\u00a0<strong>California<\/strong>, con un PIL di circa\u00a0<strong>2.750 miliardi di dollari<\/strong>, che la pone davanti a\u00a0<strong>Regno Unito, India, Francia<\/strong>\u00a0e, ovviamente,\u00a0<strong>Italia<\/strong>.<\/p>\n<p>L\u2019economia californiana \u00e8 quindi\u00a0<strong>appena inferiore a quella tedesca<\/strong>, ma con una forza lavoro relativamente contenuta:\u00a0<strong>19,3 milioni di addetti<\/strong>\u00a0contro i\u00a0<strong>33,8 milioni<\/strong>\u00a0del Regno Unito. Ci\u00f2 significa\u00a0<strong>meno lavoratori, ma una spesa pro capite nettamente superiore<\/strong>.<\/p>\n<p>Segue al secondo posto il\u00a0<strong>Texas<\/strong>, con un PIL di circa\u00a0<strong>1.800 miliardi di dollari<\/strong>, superiore a quello del\u00a0<strong>Canada<\/strong>, ma con una forza lavoro di appena\u00a0<strong>13,5 milioni di addetti<\/strong>, rispetto ai\u00a0<strong>20 milioni<\/strong>\u00a0canadesi.<\/p>\n<p>Al terzo posto troviamo lo\u00a0<strong>Stato di New York<\/strong>, con un PIL di circa\u00a0<strong>1.550 miliardi di dollari<\/strong>. Pur essendo inferiore a quello italiano, supera le economie di\u00a0<strong>Corea del Sud, Australia<\/strong>\u00a0e persino\u00a0<strong>Russia<\/strong>, con una forza lavoro di\u00a0<strong>10 milioni di persone<\/strong>, pari a\u00a0<strong>un terzo di quella sudcoreana<\/strong>.<\/p>\n<p>Al quarto posto si colloca la\u00a0<strong>Florida<\/strong>, con un\u2019economia pari a\u00a0<strong>967 miliardi di dollari<\/strong>\u00a0\u2013 paragonabile a quella dell\u2019<strong>Indonesia<\/strong>\u00a0\u2013 e in costante ascesa da oltre un decennio.<\/p>\n<h6><strong>4% della popolazione, 25% della ricchezza mondiale<\/strong><\/h6>\n<p>Ma ci\u00f2 che pi\u00f9 di ogni altra cosa evidenzia la forza dell\u2019economia statunitense \u00e8 questo dato straordinario:\u00a0<strong>pur rappresentando solo il 4% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti generano oltre il 25% della ricchezza globale<\/strong>.<\/p>\n<p>Un dato che conferma la\u00a0<strong>straordinaria dimensione del mercato americano<\/strong>, l\u2019<strong>elevata ricettivit\u00e0 dei suoi consumatori<\/strong>, e la presenza di\u00a0<strong>ampie opportunit\u00e0 di espansione<\/strong>\u00a0per le imprese italiane \u2013 anche al di fuori dei grandi poli gi\u00e0 presidiati.<\/p>\n<p>Di conseguenza, gli USA presentano all\u2019interno dei 50 stati, anche in quelli nelle ultime posizioni USA ma pur sempre in alto nelle classifiche mondiali, vasti segmenti di mercato\u00a0 da conquistare e su cui lavorare per rafforzare la presenza e soprattutto per non lasciare il campo ad imprese provenienti da quei paesi beneficiari della benevolenza trumpiana e che con prezzi bassi e scadente qualit\u00e0 potrebbero ritrovarsi a godere di inattesi vantaggi competitivi.<\/p>\n<h6><strong>USA: un mercato da presidiare con strategia e metodo<\/strong><\/h6>\n<p>Piuttosto che allentare la propria azione sul mercato USA, per le aziende italiane \u00e8 oggi imprescindibile intensificare le attivit\u00e0 con politiche aggressive di marketing e comunicazione, finalizzate a rafforzare lo storytelling vincente che ha posizionato il Made in Italy ai vertici delle scelte di consumo di oltre 100 milioni di consumatori americani.<\/p>\n<p>A ci\u00f2 si aggiunge la\u00a0reputation consolidata\u00a0in settori chiave, inclusi ambiti di\u00a0medium-high technology, che merita di essere tutelata e potenziata.<\/p>\n<p>Le difficolt\u00e0 legate alle\u00a0nuove misure tariffarie\u00a0impongono una riflessione profonda sul\u00a0modello di ingaggio con la distribuzione USA. Occorre superare lo schema tradizionale basato su venditore e compratore-distributore, puntando invece su\u00a0partnership evolute.<\/p>\n<p>Queste dovrebbero consentire una\u00a0pianificazione congiunta\u00a0di:<\/p>\n<ul>\n<li>Quantitativi<\/li>\n<li>Tempistiche<\/li>\n<li>Strategie di prezzo condivise<\/li>\n<\/ul>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Queste ultime risultano oggi\u00a0fondamentali per la resilienza: accettare\u00a0rinunce reciproche sui margini, nell\u2019ottica di\u00a0presidiare il mercato\u00a0senza scaricare interamente i costi sul consumatore finale.<\/p>\n<p>Il mercato americano, va ricordato,\u00a0assicura margini tra i pi\u00f9 alti\u00a0sia per le imprese italiane che per i distributori locali. \u00c8 proprio in questa peculiarit\u00e0 che pu\u00f2 risiedere un\u00a0ammortizzatore naturale\u00a0degli effetti negativi dei dazi.<\/p>\n<p>Alcune aziende, non a caso, hanno gi\u00e0 definito\u00a0accordi condivisi\u00a0per contenere l\u2019impatto dei rincari, nella convinzione che si tratti di misure\u00a0temporanee\u00a0e che il\u00a0presidio del mercato\u00a0resti la priorit\u00e0 assoluta.<\/p>\n<h6><strong>Dalla manifattura alla digital economy: il nuovo asse della crescita americana<\/strong><\/h6>\n<p>\u00c8 inevitabile che una parte dei consumatori acquisiti di recente, e non ancora fidelizzati, possa risultare esclusa dalla capacit\u00e0 di spesa necessaria per accedere al Made in Italy. Tuttavia,\u00a0le dinamiche recenti negli USA\u00a0hanno portato alla crescita di\u00a0milioni di nuovi potenziali consumatori, spesso localizzati in\u00a0aree finora poco presidiate.<\/p>\n<p>Il\u00a0fenomeno Covid, la\u00a0diffusione dello smart working\u00a0e il\u00a0trasferimento dalle citt\u00e0 del Nord verso gli Stati del Sud, uniti a\u00a0nuovi valori nei processi di acquisto, hanno favorito un\u00a0trasferimento di ricchezza\u00a0che\u00a0sta cambiando la geografia dei consumi\u00a0negli Stati Uniti.<\/p>\n<p>La\u00a0globalizzazione\u00a0e, soprattutto, il massiccio processo di\u00a0delocalizzazione della manifattura, hanno lasciato i tradizionali centri industriali del\u00a0Nord degli USA\u00a0in una condizione di\u00a0arretratezza relativa. Al contrario, gli\u00a0Stati del Sud\u00a0e le\u00a0aree pi\u00f9 reattive nella digital economy\u00a0stanno conoscendo una\u00a0nuova centralit\u00e0.<\/p>\n<p>\u00c8 su queste aree emergenti che le imprese italiane devono\u00a0puntare con intelligenza strategica, adattando la propria presenza commerciale e distributiva alle\u00a0nuove mappe economiche del mercato USA.<\/p>\n<p><strong><em>Contenuti protetti da copyright\u00a9. \u00c8 vietata la riproduzione, anche parziale, del testo con qualsiasi mezzo, senza autorizzazione.<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tanto tuon\u00f2 che piovve. Dopo numerosi annunci, il 2 aprile sono finalmente entrate in vigore le misure promosse dal Presidente degli Stati Uniti. 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