{"id":7531,"date":"2023-04-24T17:20:15","date_gmt":"2023-04-24T17:20:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.wipconsulting.it\/?p=7531"},"modified":"2024-05-24T18:24:15","modified_gmt":"2024-05-24T16:24:15","slug":"linverno-demografico-italiano-e-le-sue-conseguenze","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/wipconsulting.it\/en\/linverno-demografico-italiano-e-le-sue-conseguenze\/","title":{"rendered":"L\u2019inverno demografico italiano e le sue conseguenze"},"content":{"rendered":"<p>Per tutta la storia dell\u2019umanit\u00e0, fino a poche generazioni fa, il rinnovo generazionale era garantito da una elevata fecondit\u00e0 (attorno o oltre i 5 figli in media per donna) che compensava alti rischi di morte in tutte le et\u00e0 della vita. Il passaggio da tale regime a quello contemporaneo viene chiamato \u201ctransizione demografica\u201d. Teoricamente tale transizione dovrebbe portare a un nuovo equilibrio con un tasso di fecondit\u00e0 attorno a due figli per donna. Se, infatti, i rischi di morte dalla nascita fino all\u2019entrata in et\u00e0 anziana scendono vicino a zero, bastano in media due figli per sostituire i due genitori. Tale valore rappresenta pertanto la soglia di equilibrio nel rapporto tra generazioni (livello di rimpiazzo generazionale).<\/p>\n<p>Nel caso la fecondit\u00e0 rimanga persistentemente al di sotto, le generazioni pi\u00f9 giovani diventano via via meno numerose rispetto a quelle precedenti e la popolazione va a declinare (e invecchiare). Sopra tale soglia, viceversa, la popolazione tende ad aumentare.<\/p>\n<p><strong>LE DINAMICHE DEMOGRAFICHE MONDIALI<\/strong>. I diversi ritmi di crescita demografica nelle varie aree del mondo dipendono dalla diversa fase in cui esse si trovano rispetto al percorso di transizione dall\u2019alta alla bassa fecondit\u00e0. La fecondit\u00e0 mondiale era ancora attorno a 5 alla met\u00e0 del secolo scorso e risulta attualmente pari a 2,3 figli per donna. Tale dato, che nelle previsioni delle Nazioni Unite dovrebbe scendere vicino a 2 alla fine del secolo, \u00e8 per\u00f2 il risultato di situazioni molto diverse nelle varie regioni del pianeta. Se ci sono ancora paesi con un numero medio di figli ben superiore alla soglia di rimpiazzo generazionale (in particolare l\u2019Africa subsahariana ha attualmente un tasso di fecondit\u00e0 attorno a 4,5), sono oramai due terzi gli Stati del mondo scesi al di sotto. Questo secondo gruppo \u00e8 in continuo allargamento. Non contiene pi\u00f9 solo i paesi occidentali, il Giappone e la Corea del Sud, ma sempre pi\u00f9 anche altri Stati, compresi i due giganti asiatici (Cina e recentemente India).<\/p>\n<p>Un aspetto importante che risulta sempre pi\u00f9 evidente dalle dinamiche di questo gruppo \u2013 diventato prevalente e destinato in prospettiva a inglobare tutto il mondo \u2013 \u00e8 che le nazioni che scendono sotto il livello di equilibrio generazionale tendono a non risalire al di sopra ma ad assestarsi, in varia misura, al di sotto. Ci\u00f2 nonostante, come molte ricerche confermano, il numero di figli ideale sia considerato generalmente pari a due. Questo significa che la transizione demografica non evidenzia, nel percorso finora osservato, il raggiungimento di un nuovo equilibrio. Nei paesi che in teoria l\u2019hanno conclusa, la longevit\u00e0 continua a estendersi da una generazione alla successiva e la fecondit\u00e0 rimane sotto la soglia di rimpiazzo.<\/p>\n<p>Il secondo gruppo di paesi potremmo dividerlo ulteriormente in tre gruppi, ben distinguibili anche all\u2019interno della stessa Europa. Un primo gruppo sta riuscendo a mantenere la fecondit\u00e0 non troppo sotto i due figli per donna. Francia e Svezia sono i due casi pi\u00f9 interessanti. Pur nella diversit\u00e0 dei due modelli di welfare, alla base c\u2019\u00e8 una continua attenzione alla conciliazione tra impegno lavorativo e responsabilit\u00e0 familiari. Il primo paese \u00e8 stato, sinora, un esempio di solidit\u00e0 delle politiche familiari, mentre il secondo \u00e8 un esempio di laboratorio in continua sperimentazione.<\/p>\n<p>Un secondo gruppo \u00e8 costituito dai paesi scesi molto sotto il livello di equilibrio generazionale ma poi risaliti. Vi rientra larga parte dell\u2019Est Europa. Il caso pi\u00f9 interessante \u00e8 per\u00f2 quello della Germania. Come conseguenza degli squilibri prodotti nel tempo dalla denatalit\u00e0, la componente giovane-adulta tende a ridursi. Gli effetti migliori sulle nascite sono, pertanto, quelli che si ottengono combinando le politiche familiari con la capacit\u00e0 di attrarre e gestire flussi migratori di persone in et\u00e0 lavorativa e riproduttiva. Nel decennio scorso la Germania \u00e8 il paese che maggiormente ha agito su queste due leve e come conseguenza le nascite sono sensibilmente aumentate, mentre nei paesi dell\u2019Est Europa sono state stabili o con variazioni limitate.<\/p>\n<p>Il terzo gruppo \u00e8, infine, rappresentato dai paesi in cui la fecondit\u00e0 rimane persistentemente bassa. Vi rientrano i paesi dell\u2019Europa mediterranea e in particolare l\u2019Italia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>ITALIA, IL RISCHIO DEMOGRAFICO<\/strong>. L\u2019Italia \u00e8 entrata in crisi demografica tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, quando il numero medio di figli per donna \u00e8 crollato da oltre 2 figli a meno di 1,5, andando poi a posizionarsi su livelli tra i pi\u00f9 bassi al mondo. Risulta attualmente uno dei paesi che da pi\u00f9 lungo tempo si trovano su livelli cos\u00ec bassi. Le dinamiche recenti, in particolare dopo la grande recessione del 2008, sono state poi ulteriormente peggiorative. Il tasso di fecondit\u00e0 \u00e8 passato da 1,44 nel 2010 a 1,27 del 2019. Il dato \u00e8 poi sceso a 1,25 negli anni della pandemia.<\/p>\n<p>L\u2019esito complessivo \u00e8 un esaurimento della capacit\u00e0 endogena di crescita della popolazione italiana, entrata dal 2014 in fase di declino, con un saldo naturale negativo non pi\u00f9 compensato nemmeno dall\u2019immigrazione. La questione che ora si pone non \u00e8 far tornare a crescere la popolazione (destinata in ogni caso a diminuire), ma quanto lasciare aumentare gli squilibri interni tra generazioni. L\u2019Italia \u00e8 stato il primo paese al mondo in cui i residenti under 15 sono scesi sotto gli over 65. Quest\u2019ultima fascia d\u2019et\u00e0 ha ora raggiunto l\u2019entit\u00e0 degli under 25 ed entro il 2040 (forse gi\u00e0 entro il 2035) superer\u00e0 anche gli under 35.<\/p>\n<p>L\u2019Italia sar\u00e0, inoltre, il primo Stato del vecchio continente a portare entro questo decennio l\u2019et\u00e0 mediana della popolazione oltre il traguardo dei 50 anni (rendendo cos\u00ec prevalenti nella penisola le persone con et\u00e0 superiore al mezzo secolo). Se oggi ci troviamo con un rapporto tra over 65 e popolazione attiva tra i peggiori al mondo, tale valore potrebbe raddoppiare entro il 2050. Secondo le stime ocse (pubblicate nel report \u201cWorking Better with Age\u201d nel 2019) siamo il paese con maggiore rischio di trovarsi a met\u00e0 di questo secolo con un rapporto di 1 a 1 tra pensionati e lavoratori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>LE CONSEGUENZE DELLO SQUILIBRIO TRA GENERAZIONI<\/strong>. Per avere un\u2019idea delle implicazioni degli squilibri nel rapporto tra generazioni, supponiamo che esistano nel mondo due paesi. Il primo ha un numero medio di figli per donna che si mantiene nel tempo poco sotto 2. Di conseguenza, pur con un saldo migratorio positivo, la popolazione non cresce ma nemmeno diminuisce (o si riduce molto lentamente). Ogni nuova generazione ha una consistenza sostanzialmente in linea con quelle precedenti. L\u2019invecchiamento della popolazione risulta moderato e determinato di fatto solo dall\u2019aumento della longevit\u00e0. Diventa quindi pi\u00f9 facile gestire tale processo come opportunit\u00e0 da cogliere, investendo sulle condizioni di una lunga vita attiva.<\/p>\n<p>Il secondo paese ha invece una fecondit\u00e0 sotto 1,5. Di conseguenza la popolazione \u00e8 in sensibile diminuzione: il saldo tra nascite e decessi diventa sempre pi\u00f9 negativo e l\u2019immigrazione non riesce pi\u00f9 a compensarlo. A fronte di una popolazione anziana che aumenta il proprio peso, la riduzione della natalit\u00e0 rende sempre pi\u00f9 debole la consistenza delle nuove generazioni. Si indebolisce la forza lavoro e peggiora fortemente il rapporto tra anziani e popolazione attiva, con conseguente maggiore difficolt\u00e0, rispetto al primo paese, sia di produrre ricchezza e benessere, sia di rendere sostenibile e far funzionare il sistema di welfare pubblico. Tutto questo vincola al ribasso anche le risorse che possono essere investite sulle nuove generazioni, in particolare sulla formazione, sugli strumenti di transizione scuola-lavoro, sull\u2019autonomia e la formazione di una propria famiglia. Sempre pi\u00f9 giovani preferiranno spostarsi nel primo paese, che fornisce migliori opportunit\u00e0 di realizzazione sia professionale che di vita.<\/p>\n<p>Di fronte a squilibri demografici che aumentano, la stessa immigrazione diventa una leva sempre pi\u00f9 debole: un territorio che non offre adeguate condizioni di valorizzazione e di sostegno progettuale agli autoctoni difficilmente diventa attrattivo per giovani dinamici e qualificati dall\u2019estero, i quali tenderanno piuttosto a scegliere il primo paese. In un contesto di questo tipo rischiano di aumentare anche tensioni e diseguaglianze sociali, rendendo pi\u00f9 instabile lo stesso quadro politico.<\/p>\n<p>L\u2019Italia \u00e8 tra le economie mature avanzate che maggiormente si avvicinano a questa situazione. Va aggiunto che le nascite italiane non sono solo a livello basso, ma anche posizionate su una scala mobile che le trascina ulteriormente in gi\u00f9. Questa scala mobile \u00e8 rappresentata dalla struttura per et\u00e0 della popolazione, la quale, per conseguenza della denatalit\u00e0 passata, \u00e8 in progressivo sbilanciamento a sfavore delle generazioni giovani-adulte (la fonte di vitalit\u00e0 di un paese). Pi\u00f9 il tempo passa, pi\u00f9 diventa difficile (e se continua cos\u00ec tra pochi anni anche impossibile) invertire la curva negativa delle nascite.<\/p>\n<p><strong>I TRE OSTACOLI ALLA SCELTA DI FARE FIGLI<\/strong>. Ovviamente nessuno si convince ad avere figli per l\u2019esigenza di evitare gli squilibri demografici. Tali considerazioni non entrano nel processo decisionale di coppia, ma dovrebbero entrare nelle scelte collettive. Se una comunit\u00e0 considera la nascita di un figlio non solo come costo e complicazione individuale a carico dei genitori, ma come valore collettivo che rende pi\u00f9 solido il futuro comune, tender\u00e0 a investire su strumenti che mettono chi desidera un bambino nella condizione non solo di averlo ma di accedere anche alle migliori opportunit\u00e0 di crescita.<\/p>\n<p>\u00c8 utile osservare che ci\u00f2 che distingue l\u2019Italia dal resto d\u2019Europa non \u00e8 il numero di figli desiderato (attorno a 2), ma quello realizzato (pari a 1,25). Dal confronto con altri paesi europei con fecondit\u00e0 pi\u00f9 elevata, a parit\u00e0 di numero di figli desiderati quello che si nota \u00e8 la maggior presenza al sud delle Alpi di tre principali scogli. Superarli va nella direzione di favorire la realizzazione dell\u2019Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, oltre che mettere le persone nelle condizioni di realizzare i propri progetti di vita.<\/p>\n<p>Il primo scoglio \u00e8 relativo al tempo di arrivo del primo figlio ed \u00e8 da ricondurre alle difficolt\u00e0 dei giovani nella transizione scuola-lavoro e nel conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine. Intervenire su questo punto critico \u00e8 coerente con la realizzazione degli Obiettivi 4 e 8 (\u201cfornire una educazione di qualit\u00e0 equa e inclusiva\u201d e \u201coccupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti\u201d).<\/p>\n<p>Il secondo scoglio \u00e8 quello che ostacola il percorso oltre il primo figlio. Se con la nascita del primogenito ci si trova in difficolt\u00e0 ad armonizzare l\u2019impegno esterno lavorativo e quello interno alla famiglia (per carenza di strumenti di conciliazione e di misure a favore della condivisione tra madri e padri), difficilmente si rilancia con la nascita di altri figli. Superare questi limiti va nella direzione della realizzazione dell\u2019Obiettivo 5 (\u201cfavorire l\u2019uguaglianza di genere\u201d).<\/p>\n<p>Infine, il terzo scoglio \u00e8 da ricondurre al rischio di povert\u00e0 di chi sceglie di avere un figlio. Esiste in Italia una forte relazione tra et\u00e0 della persona di riferimento della famiglia e povert\u00e0 assoluta. Questa relazione si \u00e8 andata rafforzando e poi consolidando nel tempo. In particolare, per tutto il decennio pre-pandemia il rischio di povert\u00e0 \u00e8 stato quasi il doppio tra gli under 35 rispetto agli over 65. A essere lasciata esposta, quindi, a condizioni di vulnerabilit\u00e0 economica \u00e8 proprio la fase in cui si \u00e8 chiamati a mettere su basi solide i propri progetti di vita. Un altro dato di rilievo che caratterizza la povert\u00e0 in Italia \u00e8 lo stretto legame con il numero di figli. I dati riferiti al 2019, peggiorati poi con la pandemia, mostrano come la povert\u00e0 assoluta sia oltre il triplo per chi ha tre bambini rispetto a chi si ferma a uno. Contenere questo rischio va nella direzione degli Obiettivi 1 e 10 (\u201cporre fine a ogni forma di povert\u00e0\u201d e \u201cRidurre le diseguaglianze sociali\u201d).<\/p>\n<p>La meno solida posizione nel mercato del lavoro dei giovani italiani, le maggiori difficolt\u00e0 a conciliare il lavoro di entrambi i membri della coppia con la cura dei figli, le pi\u00f9 deboli e frammentate misure di sostegno alle famiglie con bambini, rendono relativamente pi\u00f9 rilevante rispetto alla media europea l\u2019impatto di una nascita sull\u2019economia familiare. Anche il costo dei figli tende comunque a essere maggiore, ma soprattutto pi\u00f9 protratto nel tempo per la maggiore permanenza nella famiglia di origine.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>INVERTIRE LA TENDENZA PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI<\/strong>. Arrivati all\u2019impatto della pandemia si tratta ora di capire se l\u2019Italia \u2013 al netto di un rimbalzo per il recupero di progetti di vita congelati durante la crisi \u2013 si porr\u00e0 in continuit\u00e0 con il passato o se la combinazione tra le misure contenute nel PNRR e nel Family act, adeguatamente implementate su tutto il territorio, dar\u00e0 la spinta necessaria per l\u2019entrata in una fase nuova, di solida inversione di tendenza prima che sia definitivamente troppo tardi. Per riuscirci, partendo dai livelli pi\u00f9 bassi in Europa e con una struttura demografica pi\u00f9 compromessa, \u00e8 necessario passare dall\u2019essere stati nel decennio scorso i peggiori a porsi ora come l\u2019esempio da seguire nelle politiche familiari e per le nuove generazioni.<\/p>\n<p>Non \u00e8 questione di una singola misura, serve un approccio sistemico e integrato. L\u2019aumento delle nascite, dell\u2019occupazione giovanile e della partecipazione femminile, assieme a una immigrazione con possibilit\u00e0 di adeguata integrazione, convergono in modo coerente a portare l\u2019Italia verso lo scenario pi\u00f9 alto tra quelli previsti dall\u2019Istat all\u2019orizzonte del 2050, rafforzando le condizioni di sviluppo inclusivo e sostenibile. Viceversa, la depressione ulteriore delle nascite (scenario pi\u00f9 basso) si associa anche a persistenti difficolt\u00e0 dei giovani a formare una propria famiglia, a una bassa conciliazione nelle coppie tra famiglia e lavoro, al rischio di povert\u00e0 delle famiglie con figli.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Fonte: <a href=\"https:\/\/aspeniaonline.it\/linverno-demografico-italiano-e-le-sue-conseguenze\/#https:\/\/aspeniaonline.it\/linverno-demografico-italiano-e-le-sue-conseguenze\/#\">ASPENIA<\/a><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per tutta la storia dell\u2019umanit\u00e0, fino a poche generazioni fa, il rinnovo generazionale era garantito da una elevata fecondit\u00e0 (attorno o oltre i 5 figli in media per donna) che compensava alti rischi di morte in tutte le et\u00e0 della vita. Il passaggio da tale regime a quello contemporaneo viene chiamato \u201ctransizione demografica\u201d. 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