L’imposizione di dazi per diminuire il crescente deficit commerciale statunitense è stata uno degli obiettivi più pubblicizzati della campagna elettorale di Donald Trump. Una promessa prontamente mantenuta con l’emanazione del Decreto Esecutivo del 2 aprile 2025, che proclamava quella data come “Liberation Day”.
Le tariffe alle importazioni, secondo l’originario Decreto del Presidente Trump — poi più volte modificato — hanno colpito indiscriminatamente nazioni con le quali gli USA erano da tempo in corso competizioni strategiche, in primis la Cina. Ma non solo: venivano coinvolti anche tradizionali alleati e Paesi amici, fra i quali quelli dell’Unione Europea e, in particolare, il Canada, preso di mira anche con battute poco eleganti (“cinquantunesimo Stato USA”).
Ciò è avvenuto nonostante Stati Uniti e Canada abbiano condiviso da sempre, oltre al confine più lungo del mondo (oltre 5.000 miglia), valori democratici, alleanze politiche e militari in ambito ONU e NATO, con la partecipazione canadese a molte delle missioni militari statunitensi all’estero.
A tutto questo si aggiunge la progressiva integrazione delle rispettive economie, con un interscambio del valore di 900 miliardi di dollari (2024), che rende i due Paesi tra i partner commerciali più interdipendenti al mondo.
Le prime contromisure del governo canadese
Ritenendo il Canada un Paese emblematico per comprendere gli effetti che le nuove politiche commerciali USA stanno già producendo, in questo articolo cerchiamo, sinteticamente, di descrivere come il governo canadese si stia attrezzando per far fronte ai dazi statunitensi. Si tratta infatti di un membro del G7 e della nona economia mondiale per valore del Prodotto Interno Lordo, la cui posizione nei mercati internazionali risulta oggi modificata, con possibili ricadute positive sui rapporti economici e commerciali con i Paesi dell’Unione Europea, alla luce della diversificazione dei mercati che il Canada è obbligato a intraprendere.
Da notare che, dopo l’introduzione di dazi del 35% da parte degli Stati Uniti nei confronti di Canada e Messico nell’aprile 2025 — dazi più volte rinviati, reintrodotti e persino suscettibili di ulteriori aumenti a seconda delle misure adottate dal Canada, come contromisure tariffarie, campagne di comunicazione sui media o iniziative politiche (tra cui la visita in Cina del Premier canadese lo scorso gennaio) — si sono manifestate preoccupazioni anche tra le industrie statunitensi.
In questo contesto si inserisce la presa di posizione della Camera dei Rappresentanti USA, che l’11 febbraio scorso ha votato a favore del blocco dei dazi contro il Canada con 219 voti favorevoli, compresi sei deputati repubblicani, e 211 contrari. Anche se quella votazione non avrà conseguenze pratiche — poiché richiederebbe un voto analogo del Senato, altamente improbabile considerata la netta maggioranza repubblicana — essa mostra come alcuni provvedimenti di carattere commerciale adottati dal Presidente USA non siano condivisi da una parte significativa dell’opinione pubblica e, di conseguenza, da una parte rilevante del Congresso.
Dal lato canadese, la prima reazione — lo scorso aprile — è stata l’introduzione di dazi del 25% su alcuni prodotti statunitensi, accompagnata dalla spontanea risposta dei consumatori, che hanno avviato un boicottaggio dei prodotti USA in vendita nei negozi e nei supermercati canadesi.
Il nuovo fronte di tensione sul ponte Gordie Howe
A testimonianza di come il Canada sia un bersaglio costante delle “pressioni” di Trump vi è la recente minaccia di porre il veto all’inaugurazione del nuovo ponte tra Detroit (Michigan) e Windsor (Ontario), denominato Gordie Howe dal nome di una leggenda dell’hockey canadese. Il ponte, destinato a rendere più rapidi e sicuri i trasporti e l’attraversamento del confine tra Canada e Stati Uniti, affiancherà il vecchio “Ambassador Bridge”, collegando un’area produttiva integrata da decenni e cuore dell’industria automobilistica nordamericana, con la presenza — da entrambi i lati del confine — dei principali produttori mondiali del settore. Da qui transita il 20% del commercio tra i due Paesi, con un flusso medio di 8.000–10.000 veicoli al giorno.
Motivo del contendere è la ripartizione dei pedaggi relativi al transito dei veicoli, sui quali il Canada ritiene di avere diritto a una quota maggiore, avendo sostenuto i costi di costruzione del ponte, stimati in circa 6,5 miliardi di dollari. Molti osservatori ritengono che questa presa di posizione sia conseguenza sia delle pressioni degli attuali proprietari dell’“Ambassador Bridge”, la famiglia americana Moroun — che vedrebbe ridotti i proventi dei pedaggi con l’entrata in funzione del nuovo ponte — sia delle tensioni commerciali con il Canada, aggravatesi dopo la visita del Primo Ministro canadese, Mark Carney, in Cina lo scorso gennaio. In quell’occasione erano stati firmati alcuni accordi relativi all’export di olio di canola canadese verso la Cina e alla diminuzione dei dazi da parte del Canada su un limitato contingente di 50.000 veicoli elettrici “made in China”.
A livello commerciale si tratta di operazioni limitate se paragonate ai volumi dell’interscambio tra Stati Uniti e Canada, ma rappresentano un segnale chiaro della volontà canadese di diversificare le proprie relazioni commerciali, anche con una nazione nei confronti della quale le tensioni con Washington restano elevate.
Segnali dalla congiuntura e dall’interscambio commerciale
I dati dell’interscambio relativi ai primi undici mesi del 2025 mostrano una flessione di un paio di punti percentuali delle esportazioni verso gli Stati Uniti e un incremento verso alcuni Paesi dell’Unione Europea (Regno Unito, Olanda, Germania, Francia, Italia), oltre che verso la Cina, il Vietnam e altri Paesi del Pacifico (Fonte: Statistics Canada). Ricordiamo che gli USA assorbono il 75% delle esportazioni canadesi, mentre il secondo Paese destinatario, la Cina, rappresenta soltanto il 4,3%.
La congiuntura canadese si mantiene stabile, anche se con una tendenza al peggioramento, come indicano i dati del terzo trimestre 2025 (-0,4% del PIL) e un’occupazione in marginale diminuzione.
Di contro, le maggiori agenzie di rating — Fitch e Standard & Poor’s — hanno mantenuto la tripla A all’economia canadese.
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