La Nuova Zelanda si trova in una fase di ripresa economica a ritmo lento e incerto. L’economia sta uscendo dalla recessione degli anni 2024-25, ma la ripresa si è complicata a metà 2026 a causa del conflitto in Medio Oriente, che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e dell’energia.
Dopo il calo del PIL dello 0,5% nel 2024, la ripresa procede a ritmo modesto. Nel primo trimestre 2026 il PIL è cresciuto dello 0,8% (dati governativi) o 0,9% (dati Banca Centrale), circa tre volte il tasso australiano, ma nel secondo trimestre ha registrato una crescita di solo lo 0,2%.
Le previsioni per la fine dell’anno in corso sono contrastanti: l’OCSE prevede una crescita dell’1,4%, mentre S&P Global è più ottimista con il 2,4%. Questa differenza riflette l’incertezza legata al conflitto in Medio Oriente e al suo impatto sui prezzi energetici.
Il conflitto in Medio Oriente ha spinto l’inflazione fuori dalla banda target del 2% prefissato. Nel secondo trimestre 2026 l’inflazione annua è salita al 4,1%, spinta dai prezzi dei carburanti legati alle tensioni in Medio Oriente.
Circa la politica monetaria adottata, la Reserve Bank ha invertito recentemente la sua strategia: dopo aver tagliato il tasso ufficiale (OCR) da un massimo del 5,5% nel 2023 fino al 2,25% all’inizio del 2026, a settembre 2026 ha alzato il tasso di 25 punti base al 2,75%, con ulteriori aumenti previsti.
La disoccupazione si è attestata al 5,3% (primo trimestre 2026), elevata ma in stabilizzazione; la crescita salariale è moderata, intorno al 2%.
Nell’industria resta comunque una capacità produttiva inutilizzata: il divario risulta negativo (circa -1,5% del PIL potenziale), il che comprime i margini e limita la traslazione dei costi energetici sui prezzi.
Circa il commercio estero i prezzi delle commodity (lattiero-caseari, carne, alluminio) hanno sostenuto le esportazioni, ma i termini di scambio sono peggiorati per l’import più costoso di carburante e fertilizzanti; il dollaro neozelandese si è deprezzato di circa il 2,7% rispetto al dollaro USA.
Le previsioni
Anche se la crescita è tornata positiva, trainata da investimenti ed export, le previsioni per il 2026 restano caute. Il principale rischio per l’economia neozelandese è rappresentato dall’incertezza geopolitica legata al conflitto in Medio Oriente, che potrebbe mantenere elevati i prezzi energetici e ritardare il ritorno dell’inflazione al target fissato per la prima metà del 2027.
L’inflazione resta il principale problema attuale, costringendo la Banca Centrale a mantenere una politica monetaria restrittiva, con il costo del denaro che continuerà a salire nel breve termine.
La Reserve Bank of New Zealand ha aumentato il tasso ufficiale (OCR) di 25 punti base a 2,75% a settembre 2026, dopo un rialzo simile a luglio. Le previsioni indicano un possibile ulteriore rialzo entro fine anno, con tassi che potrebbero raggiungere oltre il 3%.
Sul fronte fiscale, il Tesoro prevede un ritorno al surplus di bilancio nel 2028/29, con il debito netto che dovrebbe raggiungere il picco del 43,9% del PIL nel 2027/28 prima di iniziare a scendere.
Il mercato del lavoro mostra una disoccupazione in lieve aumento. Nel secondo trimestre 2026 è salita al 5,6%, rispetto al 5,3% del trimestre precedente. La crescita occupazionale rimane debole, ma con salari in crescita moderata.
Circa il comparto turismo, i flussi sono in ripresa ma penalizzati dai costi dei voli legati alle tensioni del Medio Oriente.
Gli investimenti esteri
Il mercato neozelandese sta diventando più attrattivo per gli investitori stranieri. La Nuova Zelanda sta riformando le norme (Overseas Investment Act) per snellire le procedure e ha introdotto visti agevolati per gli investitori (come l’Active Investor Plus Visa), che potrebbero favorire un ulteriore aumento dei capitali esteri, specialmente nei settori agritech, energie rinnovabili e infrastrutture resilienti al clima.
Secondo gli ultimi dati disponibili 2025, gli investimenti esteri totali (FDI) in Nuova Zelanda ammontava a 633,8 miliardi di dollari neozelandesi (circa 360 miliardi USD), di cui il 58,4% proveniva da Australia, Stati Uniti, Regno Unito e Singapore.
L’Australia da sola rappresenta oltre la metà dello stock FDI in Nuova Zelanda, trainata soprattutto dal settore bancario e assicurativo: molte banche neozelandesi sono di proprietà australiana, e l’investimento estero spesso transita tramite filiali australiane prima di raggiungere la Nuova Zelanda. Singapore e Hong Kong sono in forte crescita, mentre Cina e altri paesi asiatici rappresentano quote ancora modeste.
L’Unione Europea, nel suo complesso, è il secondo maggior investitore nel paese, con gli IDE europei che sfiorano i 9 miliardi di dollari.
Gli investimenti esteri italiani
Secondo i dati ufficiali più recenti, il valore complessivo degli investimenti diretti italiani in Nuova Zelanda supera i 150 milioni di euro, rappresentando una quota relativamente ridotta del totale degli investimenti esteri nel paese.
L’Italia si colloca al 7° posto tra i paesi dell’Unione Europea (dietro Germania, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi).
Si contano oltre 60 imprese italiane operative, che impiegano quasi 1.000 addetti e generano un fatturato di circa 665 milioni di euro annui.
Gli investimenti italiani si concentrano in nicchie strategiche, come:
- Agroalimentare e allevamento: il gruppo tessile Reda ha acquisito fattorie in Nuova Zelanda già nel 1993, utilizzandola come hub produttivo strategico per la sua catena di approvvigionamento globale, garantendosi una filiera controllata di lana di alta qualità.
- Infrastrutture: Officine Maccaferri ha recentemente aperto una filiale diretta (Maccaferri Australasia) per cogliere le opportunità del piano infrastrutturale neozelandese. Webuild è attiva nelle gare per grandi opere stradali, e il gruppo Ghella opera nella realizzazione di opere infrastrutturali (metropolitane, ferrovie, autostrade, opera idrauliche).
- Automazione, manifattura, farmaceutica: operano con filiali dirette o tramite controllate locali aziende come Mapei, Guala, Biesse, BFT automazioni, Beretta, De’Longhi, Chiesi e Menarini.
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