Nei mesi scorsi hanno fatto molto scalpore il trend positivo delle esportazioni nel 2025, che hanno raggiunto un valore pari a 643,1 miliardi di euro (+3,3% rispetto al 2024). Parallelamente, le importazioni hanno registrato un incremento del 3,2% (attestandosi a 592,4 miliardi di euro), determinando un saldo attivo della bilancia commerciale pari a 50,7 miliardi di euro.
Trend positivo confermato dai dati relativi ai primi sette mesi del 2026 che registrano una crescita del 4,6%, attestandosi a un valore pari a 401,7 miliardi di euro, mentre le importazioni presentano un incremento del 4,3%, raggiungendo i 368,9 miliardi di euro. Il saldo della bilancia commerciale risulta pertanto attivo per 32,8 miliardi di euro, in aumento del 2% rispetto all’analogo periodo dell’esercizio precedente. Questa performance consente al Paese di preservare la propria quota di mercato sui flussi di esportazione globali, consolidando la quinta posizione a livello mondiale tra le nazioni esportatrici. L’Italia si colloca immediatamente a ridosso di Cina, Stati Uniti e Germania — i cui volumi di commercio estero risultano multipli rispetto a quelli italiani — e sostanzialmente su livelli equivalenti a quelli del Giappone, posizionandosi inoltre al decimo posto tra i principali Paesi importatori.
Le imprese
Il commercio estero incide per il 32% sul PIL italiano. Il settore conta 126.491 imprese attive, un dato significativo e superiore alla media degli altri Paesi dell’Unione Europea, che ben rispecchia il nostro tessuto industriale basato prevalentemente sulle MPMI. Tuttavia, nell’ultimo triennio si è assistito a una progressiva contrazione di questo numero: molte aziende, specialmente quelle esportatrici occasionali, si sono disincentivate dall’operare sui mercati internazionali. Le attività di export si concentrano così prevalentemente nelle realtà di dimensioni maggiori, in particolare quelle con un fatturato superiore ai 50 milioni di euro. Quest’ultime — pur rappresentando appena l’1,1% delle aziende del territorio, incluse diverse multinazionali estere — generano ben il 62% del fatturato complessivo delle esportazioni e gestiscono anche cospicui volumi di importazione in quanto integrate nelle Catene Globali del Valore (CGV).
In base ai dati dell’Agenzia ICE, le imprese esportatrici a carattere permanente risultano essere 82.000, caratterizzate da un fatturato compreso tra 750.000 euro e 15 milioni di euro. Tali realtà, prevalentemente attive nel settore manifatturiero e operative su molteplici mercati esteri, contano oltre 25 dipendenti e registrano una produttività media per addetto superiore rispetto a quella delle aziende orientate esclusivamente al mercato interno.
All’interno di questo segmento, il 40% delle aziende evidenzia una maggiore complessità nel presidiare i mercati internazionali rispetto ai periodi precedenti, segnalando altresì una contrazione dei ricavi derivanti dalle esportazioni.
Rapporto Commercio Estero 2026
L’analisi dell’ICE (Rapporto Commercio Estero 2026) relativa alle imprese esportatrici evidenzia la solidità e la ricchezza del nostro sistema produttivo, caratterizzato da un ampio ventaglio di voci merceologiche. Questa diversificazione costituisce un elemento di forza che incide positivamente sull’andamento delle esportazioni, pur lasciando emergere una crescente complessità nell’accesso ai mercati internazionali. Questo scenario è aggravato dalle tensioni commerciali globali, intensificate dall’introduzione dei dazi all’ingresso nel mercato statunitense lo scorso aprile, nonché dai conflitti geopolitici che interessano direttamente il contesto economico nazionale. Tra questi si annoverano la crisi in Ucraina, protratta ormai da quattro anni, e l’instabilità nel Medio Oriente tra Stati Uniti e Iran. Quest’ultima ha causato il blocco dello stretto di Hormuz e la recente interruzione dell’oleodotto saudita Est-Ovest verso il Mar Rosso — potenziale via alternativa per l’export di greggio — incrementando la probabilità di un rialzo dei prezzi dei prodotti energetici. Una simile evoluzione risulta particolarmente critica per l’Italia, Paese fortemente dipendente dalle forniture estere di energia, settore che nel 2025 ha registrato il disavanzo più elevato, pari a 45 miliardi di euro. Tale deficit ha risentito favorevolmente dei prezzi contenuti di petrolio e gas nei mesi antecedenti, circostanza che ha temporaneamente limitato il saldo negativo; tuttavia, si tratta di una congiuntura congiunturale difficilmente replicabile. Infine, le criticità nel Golfo minacciano di ostacolare il transito verso il Mar Rosso attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, compromettendo la fruibilità del Canale di Suez, snodo primario per i flussi mercantili bidirezionali con l’Asia.
I settori
Dall’esame sintetico dei settori maggiormente rappresentativi del nostro interscambio commerciale emerge chiaramente la consolidata specializzazione e la forte competitività del comparto meccanico italiano. Quest’ultimo continua a svolgere un ruolo trainante, fornendo il contributo principale alle esportazioni con un valore stimato di circa 100 miliardi di euro. Segue il settore farmaceutico, divenuto un elemento di primaria importanza per le vendite all’estero oltre che per i flussi di importazione, in virtù delle rilevanti dinamiche di scambio infragruppo che caratterizzano la filiera. Un apporto favorevole è derivato anche dal comparto dei metalli di base, sospinto dall’incremento delle quotazioni dell’oro, bene oggetto di consistenti esportazioni in particolare verso la Svizzera e il Medio Oriente; si conferma, al contempo, una posizione di importatore netto per quanto concerne i metalli destinati ad uso industriale.
Nel comparto dei «mezzi di trasporto» si rileva un incremento delle importazioni di autoveicoli, con particolare riferimento a quelli elettrici; nel corso dell’ultimo esercizio si è tuttavia registrata una crescita significativa della voce «altri mezzi di trasporto», riconducibile in prevalenza a navi da crociera, imbarcazioni e aeromobili.
Le specializzazioni tradizionali del «Made in Italy» continuano a fornire un contributo netto rilevante al saldo della bilancia commerciale: i prodotti alimentari e le bevande hanno raggiunto un fatturato all’esportazione pari a 62,4 miliardi di euro, in aumento rispetto all’anno precedente; al contempo, la filiera del tessile-abbigliamento, a fronte di un fatturato export analogo (pari a 60,8 miliardi di euro), ha evidenziato un lieve decremento, da attribuirsi alla contrazione della domanda globale, riscontrata anche nel segmento «premium» su mercati di primaria importanza quali gli Stati Uniti e il Giappone.
Rimaniamo dipendenti dalle importazioni, oltre che per l’energia, in gran parte anche per quel che riguarda i prodotti del comparto ICT (Information and Communication Technology) , che stanno trainando la domanda mondiale di beni e nei quali il tessuto produttivo italiano non è specializzato e che determinano il dinamismo della Cina e delle economie dell’Estremo Oriente, in corsa con gli Stati Uniti per il predominio in questo strategico comparto e per le materie prime necessarie alla sua produzione.
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