Europa, baricentro dell’export italiano

L’Europa rappresenta il fulcro geografico del nostro commercio estero, assorbendo oltre il 65% delle esportazioni complessive. Nello specifico, i 27 Paesi membri dell’Unione Europea generano oltre il 51% dell’export e il 56% dell’import italiano, con Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi che si confermano i principali partner commerciali sia come sbocchi sia come fornitori. Un apporto rilevante giunge anche dai Paesi europei extra-UE (pari al 14,7% dell’export), spinto dall’incremento delle vendite in Svizzera e da una lieve crescita nel Regno Unito — a fronte di una flessione verso la Turchia —, garantendo un solido attivo di 19,5 miliardi di euro.
Nonostante la spiccata concentrazione oltre il 50% degli scambi nell’area comunitaria possa sembrare un elemento di vulnerabilità, essa rende più agevole il posizionamento sui mercati esteri per un’ampia platea di imprese italiane, in linea con il modello dei maggiori competitor europei. L’Unione Europea assorbe la quota prevalente del commercio internazionale e mette a disposizione un contesto regolatorio fortemente integrato. In questo scenario, la diversificazione dei mercati sbocco rimane un imperativo strategico chiave, da raggiungere prioritariamente con l’integrazione nelle Catene Globali del Valore — una dinamica praticabile per lo più dalle realtà aziendali maggiormente strutturate.
Nei momenti di instabilità e crisi geopolitica, il commercio globale tende a ristrutturarsi attorno a blocchi regionali e intese strategiche. Questa dinamica trova riscontro in diversi accordi chiave: l’USMCA (evoluzione del NAFTA) in Nord America, oggi al centro di complessi negoziati di rinnovo; il Mercosur in Sud America; l’ASEAN in Asia; e il trattato di libero scambio continentale africano (AfCFTA).

Unione Europea

La concentrazione di oltre la metà del flusso commerciale verso l’Unione Europea rappresenta, per quanto potenzialmente limitante, un elemento che garantisce a un ampio novero di operatori l’accesso ai mercati esteri. Questo assetto costituisce peraltro un tratto comune ai principali partner commerciali, in considerazione del fatto che l’area UE racchiude complessivamente la quota maggioritaria dell’interscambio globale e comprende mercati che operano secondo quadri normativi ampiamente consolidati. In tale contesto, la diversificazione dei mercati di sbocco si configura quale obiettivo strategico primario, da perseguirsi prioritariamente attraverso l’inserimento nelle Catene Globali del Valore, un’opportunità concretamente accessibile soprattutto per le imprese di maggiore dimensione. Nelle fasi di criticità, si osserva una naturale tendenza alla strutturazione degli scambi all’interno di blocchi consolidati, non necessariamente definiti da meri criteri geografici, bensì accomunati da omogeneità normativa e da indirizzi condivisi. Manifestazioni di tale dinamica sono riscontrabili nel continente americano — dapprima con il NAFTA, successivamente evolutosi nell’USMCA, attualmente al centro di un articolato negoziato di rinnovo —, nonché nel Mercosur in Sud America e nell’ASEAN in Asia, ai quali si è addizionato l’AfCFTA, accordo di libero scambio del continente africano. Tali intese evidenziano in modo chiaro la progressiva polarizzazione del commercio internazionale attorno a blocchi su scala regionale.

Nord America

La seconda area di destinazione, per rilevanza dopo l’Europa, è il Nord America, che assorbe circa il 12% del nostro interscambio complessivo. Gli Stati Uniti si confermano il secondo mercato di sbocco per le merci italiane, posizionandosi dietro alla Germania e prima della Francia. Nonostante l’introduzione dei dazi, le cui ripercussioni complessive sono risultate meno severe del previsto — pur continuando a gravare sull’economia globale e ad alimentare l’incertezza del settore —, i dati relativi al primo semestre del 2026 mostrano come l’export italiano sia riuscito a preservare la propria quota di mercato. Su tali misure tariffarie si è peraltro espressa la Corte Suprema lo scorso febbraio, dichiarandole parzialmente illegittime in quanto esorbitanti dalle prerogative presidenziali.

Mercosur

Altra area di potenziale interesse, in particolare in seguito all’Accordo di libero scambio tra l’Unione Europa e i Paesi del Mercosur dello scorso maggio è quella del Sud America, che conta ancora limitatamente sul nostro interscambio in valori assoluti (3,1%) ma con la quale, in particolare con mercati quali il Brasile e Argentina, potremo sfruttare ulteriormente l’appeal positivo che hanno i nostri prodotti, come dimostrato dalla recente “missione di sistema” guidata dal Ministro Tajani lo scorso luglio a San Paolo e Buenos Aires.

Asia

La percentuale dell’export verso l’Asia non supera il 10%, in particolare i paesi dell’Estremo Oriente, inclusi Cina e Giappone si attestano al 7,3% del totale del nostro export, circa 47 miliardi di euro: un valore molto al di sotto del potenziale e non proporzionato all’importanza economica di quest’area, la più dinamica a livello mondiale e rilevante nella provenienza delle nostre esportazioni (14,5%), considerato il ruolo della Cina. Potenzialmente migliorabili anche i nostri scambi con Australia, ricca anche di materie prime e Nuova Zelanda, attualmente molto marginali.

Medio Oriente

In rapporto alle dinamiche complessive dell’area, la quota del 4% delle nostre esportazioni diretta verso il Medio Oriente assume un rilievo significativo. In particolare, si evidenziano alcuni Paesi del Golfo, quali l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, verso i quali i flussi di export hanno registrato una crescita a due cifre fino al 2025. Tuttavia, i dati consuntivi del primo semestre 2026 mostrano un’inversione di tendenza di notevole entità, determinata dal conflitto insorto lo scorso febbraio tra gli Stati Uniti e l’Iran. Tale crisi geopolitica sta esercitando pesanti ripercussioni sul tessuto economico di questi ultimi e degli altri Stati della regione, a causa dell’interruzione dei transiti nello Stretto di Hormuz e dei recenti danneggiamenti arrecati alla rete degli oleodotti sauditi.

Africa

Si va intensificando l’attenzione nei confronti del Continente Africano, oggetto di un’intensa azione politico-commerciale da parte italiana attraverso il Piano Mattei, in particolare con i paesi dell’Africa subsahariana con i quali i contatti erano sporadici, mentre sono tradizionalmente consolidati con quelle nazioni che si affacciano sul Mediterraneo. Nel suo insieme il continente pesa per il 3,1% del nostro export e per il 5,8 % sul nostro import, in crescita anche dai mercati dell’Africa subsahariana con accordi relativi a forniture di petrolio e gas che stanno andando a regime. Nel continente la Tunisia è il nostro principale cliente e l’Algeria il nostro principale fornitore. Sudafrica, Nigeria, Angola e Kenya si mostrano mercati in crescita, pur fra contraddizioni non ancora risolte.

COMMERCIO ESTERO ITALIA
(ELABORAZIONE ICE SU DATI ISTAT 2025 in mld Euro

EXPORT

IMPORT

643,1 mld Euro 

592,4 mld Euro

 

COMMERCIO ESTERO ITALIA – % SUL TOTALE PER AREE GEOGRAFICHE
  ( Elaborazioni Ice su dati ISTAT 2025 in mld Euro) 

AREA GEOGRAFICA EXPORT % IMPORT %
Unione Europea 51,33 56,66
Paesi europei non UE 14,70 7,94
Africa settentrionale 2,24 4,00
Altri paesi africani 0,92 1,79
America settentrionale 11,81 6,42
America centro-meridionale 3,15 2,32
Medio Oriente 4,40 3,32
Asia centrale 1,40 2,57
Asia orientale 7,38 14,51
Oceania 1,01 0,18
Altri paesi e destinazioni 1,66 0,27
MONDO 100 100

 

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