Meno conosciuto rispetto agli altri stati della Penisola arabica come Dubai e Abu Dhabi nonostante un ricco patrimonio culturale e una strategica posizione geografica, è balzato alle cronache politiche per i suoi tentativi di mediazione nel conflitto USA-Iran e a quelle economiche per il suo ruolo di destinazione alternativa in seguito alla chiusura di Hormuz.
L’articolo esamina questi aspetti, ma anche i motivi che permetteranno all’Oman di avere un ruolo crescente negli sviluppi economici dell’intera Regione mediorientale, rendendolo un mercato interessante anche per le aziende italiane.
Il sultanato di Oman
Il Sultanato di Oman è situato all’estremità sud-orientale della Penisola Arabica e si affaccia sull’Oceano Indiano per una lunghezza costiera di 3000 km. Per un lungo tratto confina a nord con l’Arabia Saudita e con gli Emirati Arabi Uniti e a ovest con lo Yemen, ma una sua “exclave” – la penisola di Musandam, che ha 50.000 abitanti – si trova fuori dal suo territorio geografico, circondata dalla catena dei monti Hajar e dal territorio degli Emirati Arabi Uniti, precisamente quelli di Ras Al Khayma e Fujeirah. Si affaccia sul Golfo di Hormuz, distante solo 21 miglia marine dalle prospicienti coste dell’Iran, costituendo il punto di passaggio più stretto per accedere al Golfo e anche il punto in cui le acque sono più profonde. Fa parte del Governatorato di Musandam anche la piccola exclave di Mahda (500 abitanti), che si affaccia appena fuori lo stretto di Hormuz.
Già in tempi remoti, le tribù che abitavano la penisola del Musandam riconoscevano la dipendenza dal Sultano Omanita anche in virtù degli intensi scambi commerciali che avvenivano via mare. I collegamenti via terra, infatti, erano pressoché impraticabili o comunque molto più difficoltosi, poiché richiedevano l’attraversamento di montagne e deserti. Questo legame contribuì in modo decisivo a sancire la sovranità sulla penisola da parte del Sultanato nel 1971, al momento di definire i confini con gli Emirati Arabi Uniti, divenuti indipendenti dalla Gran Bretagna nello stesso anno. Per oltre 150 anni, infatti, la Gran Bretagna aveva esercitato la propria influenza su quest’area, allora nota come Trucial States (Stati della Tregua), e mantenuto un protettorato di fatto sul Sultanato. La dinastia Āl Bū Saʿīd, tuttavia, rivendicava fin dal XVIII secolo la propria autorità su gran parte dei territori corrispondenti all’attuale Oman.
Il ruolo di mediatore
La digressione sulla geografia del Sultanato e sull’origine delle sue linee di confine è utile per comprendere il suo attuale ruolo – per lo più in qualità di mediatore – nel conflitto tra USA e Iran, che ha portato alla chiusura dello stretto di Hormuz, accrescendone sia il ruolo diplomatico sia il peso economico. Non avendo subìto le ricadute del conflitto (al contrario degli altri stati del GCC – Consiglio di Cooperazione del Golfo – attaccati pesantemente nelle loro infrastrutture energetiche dall’Iran), l’Oman ha incrementato le sue vendite di prodotti petroliferi ed è diventato anche un punto di passaggio per merci destinate agli stati della regione chiusi nel “collo di bottiglia” di Hormuz, dal quale transitava il 30% del flusso petrolifero mondiale e il 15% di quello del gas naturale.
Il ruolo dell’Oman come mediatore era emerso anche in precedenti occasioni. Il Sultanato aveva infatti contribuito al raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015, noto come JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), in base al quale l’Iran accetta di sottoporre il proprio programma nucleare a controlli internazionali, in cambio della revoca di alcune sanzioni. Gli Stati Uniti si sono successivamente ritirati dall’accordo nel maggio 2018.
L’Oman aveva, inoltre, svolto un ruolo diplomatico nella fase iniziale del conflitto in Yemen, che contrapponeva i ribelli Houthi alle forze governative, sostenute militarmente dall’Arabia Saudita. La tregua raggiunta si è tuttavia rivelata fragile, come dimostra la ripresa delle ostilità nelle ultime settimane, accompagnata dall’avanzata delle forze ribelli Houthi.
In questo scenario, il Sultanato dell’Oman, confinante a ovest con lo Yemen, persegue primariamente la stabilizzazione dell’area e la cessazione delle ostilità, mantenendo a tal fine un costante canale di dialogo con tutti gli attori coinvolti.
Si rileva, inoltre, come uno dei molteplici tentativi di mediazione tra gli Stati Uniti e l’Iran fosse in corso a Mascate proprio nel mese trascorso, in concomitanza con la riacutizzazione del conflitto.
Neutralità positiva
L’orientamento di fondo della politica estera omanita è quello di una “neutralità positiva”, evitando il coinvolgimento diretto nei conflitti e distinguendosi dalle posizioni interventiste di altri paesi facenti parte del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo), in particolare di Arabia Saudita, Emirati e Qatar. Fondamentalmente vicino alle posizioni dell’Occidente, in particolare al Regno Unito e – con le differenze sopra accennate – agli Stati Uniti, il Sultanato ha sempre avuto rapporti diplomatici e un dialogo aperto con Russia, Cina – suo principale partner commerciale – e con l’Iran, con cui i legami sono plurisecolari, così come quelli con l’India. Si è inoltre mostrato aperto anche al dialogo con Israele ma non ha con questo avviato relazioni diplomatiche.
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